
La fratellanza massonica della Loggia Paolo Sarpi a Treviso
La Loggia Paolo Sarpi n. 77 promuove i valori di libertà, fratellanza, uguaglianza e rispetto. Qui si coltivano principi di verità, libertà e solidarietà, che guidano ogni attività e impegno per il bene dell’umanità e alla gloria del Grande Architetto dell’Universo.
La storia della Loggia Paolo Sarpi n. 77
In questa sezione presentiamo la storia della nostra Loggia, una delle più antiche dell’Obbedienza del Grande Oriente d’Italia.
LE COLONNE IN RIVA AL SILE
Il vento dei Lumi e del rinnovamento invade il Veneto della decadente Serenissima a metà del XVIII secolo. Mentre Carlo Goldoni dà alle stampe la sua commedia “Le donne curiose”, è già certa la presenza nella capitale della Repubblica di alcune logge. La Massoneria che era arrivata nell’Italia preunitaria a traino dei consoli e dei commercianti inglesi – emblematico il caso di Tommaso Crudeli in Toscana – inizia a trovare terreno fertile per aprire una fase di discussione all’interno di equilibri sociali consolidati eppure destinati alla crisi. L’arrivo nella pianura padana dell’armata napoleonica, lo smembramento della Serenissima, la sempre maggiore influenza francese determina tra la fine del ‘700 e l’inizio dell’800 una nuova fase per la Libera Muratoria.
È in questo periodo che a Treviso, che aveva conosciuto direttamente il futuro imperatore il 2 maggio 1797, vengono poste le basi per la nascita della prima Loggia massonica in riva al Sile. È il 15 ottobre del 1806 quando la Rispettabile Loggia “Reale Augusta” innalza le Colonne e diviene un punto di riferimento per i liberi pensatori trevigiani. Il titolo distintivo è mutuato dal rispetto dovuto nei confronti proprio di Napoleone che aveva da poco autorizzato la nascita dell’effimero Regno d’Italia (col fratello Giuseppe a capo dello stesso) e che appariva ancora ai più come un esempio di speranza per un rinnovamento sociopolitico tale da completare l’era dei Lumi e della Rivoluzione.
L’attività della “Reale Augusta” dura appena quindici anni. Abbastanza per lasciare dietro di sé un piccolo tesoro documentale custodito inizialmente dall’avvocato Guglielmo Ferro (figlio del patriota Francesco) e successivamente rilevato dal sacerdote e custode storico Luigi Bailo. All’interno dei documenti preservati dall’avvocato Ferro si ritrova la Bolla di Fondazione, oggi custodita in un museo in Lombardia, oltre ad alcuni registri dei verbali e alla raccolta di Tavole ritenute particolarmente interessanti e quindi “degne della dignità di stampa” per utilizzare le parole in voga all’epoca. Gli aderenti sono i nomi più importanti della borghesia locale: Bomben, Pola, Florian, Spineda, Monterumici, il prefetto Pasini, il giudice Bonaldi, persino il possidente Giacomo Riccati (nipote del celebre matematico) oltre ad alcuni ufficiali italiani e francesi, a tre negozianti e a giovani studenti.
La Restaurazione è un periodo difficile per i massoni veneti. La polizia asburgica indaga e arresta chiunque sia sospettato di tramare contro l’imperialregio governo viennese. Massoni e carbonari sono in cima alla lista dei ricercati, alcuni scelgono l’esilio in Francia o nel Regno di Sardegna. Treviso riconquista la libertà dalla dominazione austriaca nel 1866 in seguito alla Terza Guerra d’Indipendenza, ma è esattamente l’anno dopo che i trevigiani celebrano la ricorrenza. L’8 marzo 1867 il generale Giuseppe Garibaldi arriva a Treviso accolto da un tripudio di cittadini: il nizzardo ha viaggiato in treno e già al suo arrivo è accolto da un folla festante che lo acclama incessantemente. Pur a bordo di una carrozza trainata da cavalli, Garibaldi impiega quasi un’ora per raggiungere Palazzo dei Trecento dove è accolto come ospite d’onore. Chiamato da vecchi compagni d’armi della spedizione in Sicilia – un terzo dei Mille erano veneti – Garibaldi firma lettere di patronage per la Società Trevigiana del Tiro al fine di ottenere uno spazio per il poligono. La sera il generale è ospite a Palazzo Giacomelli dei notabili della città: c’è anche l’avvocato Ferro assieme a molti garibaldini e mazziniani che, oltre a celebrare le gesta eroiche del nizzardo, gli chiedono di fare il possibile per completare l’unità conquistando Roma, Trento e Trieste.
Il fuoco sacro della Massoneria intanto covava sotto la cenere. Il Gran Maestro Adriano Lemmi controbatte in maniera veemente alle false accuse che arrivano dal papato di presunte ingerenze o inesistenti complotti ebraici a danno della Chiesa Romana mentre in Parlamento il deputato trevigiano Giuseppe Cerutti, già massone a Padova ma espulso per indegnità, prende la parola spalleggiando le pretese papali. A Venezia infatti sta per essere inaugurato il monumento a fra’ Paolo Sarpi, figura già discussa e ammirata dai massoni veneti nel periodo bonapartesco. E non è un caso che alle porte dell’estate del 1906 in laguna la Rispettabile Loggia “Libertas” conceda il benestare per la fuoriuscita di alcuni Fratelli che fonderanno una nuova loggia trevigiana. È la “Paolo Sarpi”.
La vita della “Paolo Sarpi” accompagnerà idealmente le vicende storiche della città. I Fratelli della loggia presteranno soccorso alle vittime dei bombardamenti austroungarici nella Grande Guerra e ospiteranno il distaccamento americano schierato lungo il Piave – in risposta nel 1919 i massoni americani invieranno alla “Sarpi” un attestato di ringraziamento e solidarietà. Le prime violenze fasciste all’inizio degli anni ’20 prendono di mira il montebellunese Guido Bergamo: già fondatore di uno dei primi Fasci di Combattimento ma subito dopo fuoriuscito per entrare nel Partito Repubblicano, il medico e patriota Bergamo è eletto deputato a Treviso dove frequenta la “Sarpi”. Nel 1921 si sposta a Bologna venendo eletto Maestro Venerabile della prestigiosa loggia “Zamboni-De Rolandis” ma proprio il suo essere repubblicano e massone attira le perniciose attenzioni delle squadracce. Nell’estate del 1922 dopo sanguinosi tumulti cittadini col tentativo di assalto all’abitazione del deputato in via Gualpertino da Coderta, il capomanipolo di Treviso minaccia il prefetto che per evitare la sommossa prospettata dai fascisti preferisce firmare il foglio di via di Bergamo.
In questo periodo la “Paolo Sarpi” conosce uno dei suoi periodi più bui. La c.d Legge sulle Associazioni voluta da Mussolini e approvata in Parlamento obbliga le Officine a cessare ogni attività con decreto del Gran Maestro Torrigiani. La “Sarpi” sceglie la via della clandestinità, mente Guido Bergamo è costretto al domicilio coatto a Mestre. I Fratelli trevigiani si ritrovano nottetempo in piazzetta della Torre, all’interno di un deposito di oli alimentari, dove per circa otto anni continuano a tenere le Tornate rituali allestendo il Tempio alla bell’e meglio. Quando anche la “Sarpi” decide, sul moto dell’entusiasmo popolare per la guerra in Etiopia, di sospendere le attività, la custodia di ciò che rimane del suo patrimonio (libro matricola, registro dei verbali) è affidato al coneglianese Alessandro Zamengo mentre la Bolla di Fondazione viene perduta nel corso del tragico bombardamento del 7 aprile 1944.
A guerra conclusa e con Zamengo eletto a sindaco libero di Conegliano, i massoni trevigiani sopravvissuti provano a ripartire. Dal 1946 al 1949 il carteggio con la risorta Gran Segreteria del Grande Oriente d’Italia è fitto al fine di produrre un pieno riconoscimento da parte del GOI della rinata loggia trevigiana. È decisiva in questa fase la testimonianza dei Fratelli padovani e veneziani che garantiscono la regolarità della “Sarpi” che nel 1949 è autorizzata a riprendere i lavori ed è insignita del numero distintivo 77 – l’usanza anglosassone di numerare le logge viene imposta dai Fratelli americani che a partire dal 1945 aiutano il GOI a riorganizzarsi.
Per quasi vent’anni la “Sarpi” ritorna a operare in serenità. Tra le sue colonne passano tanti cittadini, personalità di spicco della comunità che comunque preferiscono la discrezione alla pubblicità. Nel 1969 i Fratelli trevigiani, quasi tutti appartenenti al Rito Scozzese Antico e Accettato, chiedono di trasformare la “Sarpi” in una Camera del Rito: l’autorizzazione concessa da Roma lascia una traccia nel labaro storico della loggia che riporta il nominativo “Cesare Battisti”, titolo distintivo della Camera stessa. I Fratelli non aderenti al RSAA scelgono di migrare alla loggia “Aurora” di Cornuda sino al 1986 quando la crisi della stessa “Aurora” impone un passo indietro. Nel frattempo la bufera della P2 aveva colpito anche Treviso tramite il ritrovamento nelle liste di Castiglion Fibocchi dei nomi di alcuni trevigiani, tutti entrati direttamente nella conventicola di Licio Gelli e distanti dalle attività regolari delle logge trevigiane. Quando la “Aurora” abbatte le Colonne, i Fratelli superstiti tornano alla “Sarpi” che abbandona la propria natura di Camera del RSAA e ritorna ai lavori azzurri. Nel frattempo i Fratelli individuano un nuovo immobile da adibire a Tempio, alla periferia orientale del capoluogo. Il resto, come si suol dire, è cronaca contemporanea.

